Visita Daunia rurale | Gli Immaginari in dissolvenza
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Gli Immaginari in dissolvenza

Quinto itinerario

Gli Immaginari in dissolvenza


Sei a Torremaggiore, il borgo nato intorno all’anno mille sul colle Torre Vecchia.
Il primo nucleo abitativo formato da pastori transumanti e contadini è rifondato dal catapano bizantino Basilio Boiannes. Poi lo scorrere del tempo scandito dal susseguirsi di battaglie e conquiste determina la formazione dell’odierna Torremaggiore, che dal XIV secolo è feudo dei “di Sangro”, principi di San Severo e duchi di Torremaggiore fino al 1806. E Raimondo Maria di Sangro (1710-1771) è colui che dà maggiore lustro alla casata. Ottavo Duca di Torremaggiore e settimo Principe di Sansevero, nato nel Castello del borgo il 30 gennaio 1710, è un uomo dalla personalità inquietante, curiosa, quasi oscura. Tanto da essere chiamato il Principe dei Misteri.

Perché Raimondo anticipa il pensiero surrealista, illuminista. Un po’ alchimista, un po’ filosofo, ha inventato l’effetto pirico che sprigiona il colore verde usato nei fuochi d’artificio. Non solo. Amante dello studio della chimica, inventa anche metodi per ristagnare il rame, per produrre lapislazzuli ed altre pietre preziose artificiali, per colorare ogni specie di marmo. Ma il suo estro segue anche il campo medico. Sbalorditive sono le “Macchine Anatomiche”, conservate nella cavea della Cappella della Pietà a Napoli. Rappresentano gli scheletri di un uomo e di una donna gravida, di cui si può osservare l’intero apparato circolatorio. Ma i suoi interessi spaziano anche su fisica, arte militare, meccanica. E se visiti il Castello, nato come roccaforte difensiva in epoca normanna, ti pare di sentire il suo ingegnarsi, il suo darsi da fare per dare forma ad un’altra invenzione.

Perché prima di essere feudo dei di Sangro il Castello Ducale nel corso degli anni è stato trasformato e ampliato dalle famiglie di feudatari che l’hanno abitato, fino ad assumere l’aspetto rinascimentale di oggi. Ha forma di un quadrilatero irregolare, con sei torri, di cui quattro angolari merlate e due quadrangolari, una posta nel cortile centrale e l’altra sul lato sud. Se poi giri nella sala del trono e nella cappella palatina puoi osservare i pregevoli affreschi di scuola napoletana, ma meritano una menzione particolare anche l’elegante loggetta del cortile centrale, gli avanzi di bifora aragonese del lato sud, la cella della prigione ricavata nella Torre nord-ovest. A questo punto, sei pronto ad immergerti nel senso di dissolvenza offerto da questo cammino, un paesaggio denso, come la nebbia, dover perdersi e ritornare. Dove inciampare sulla storia per restituirla alla vita.

E’ lungo questo itinerario che puoi scoprire il senso profondo del Tavoliere, intercettare il valore della sua economica rurale, della fatica tradotta sui volti delle persone che incrociano il tuo passo. Casati diroccati, campi seminati, oliveti, corsi d’acqua, alberi da frutta, masserie abbandonate. Il racconto del paesaggio gioca a nascondersi fra il velo di questa nebbia immaginaria e la storia che ti riempie di suggestioni. Come quelle che incontri deviando verso il Molise, che spingono fino al Castello di Dragonara, che domina sull’omonimo bosco ed erge le mura sulla valle che pare addormentata. Fondato tra l’anno 1018 e l’anno 1024, Dragonara è una delle “città di frontiera” volute nell’XI secolo dagli imperatori Bizantini per consolidare i loro possedimenti in Italia meridionale minacciati dai Longobardi a Nord e dai saraceni a Sud. Per questo, i Catapani inviati da Bisanzio s’impegnano in un nuovo “incastellamento” della Daunia. Di conseguenza, oltre a Dragonara, sorgono i centri di Civitate, Troia, Montecorvino, Tertiveri e Devia. Il 26 ottobre 1255 le truppe di Papa Alessandro IV, impegnate nella guerra contro Manfredi, figlio di Federico II, attaccano la città e la distruggono. Non è un caso isolato, perché la distruzione di Dragonara e Fiorentino, così come quella di altri centri urbani di Capitanata, è una ritorsione per il sostegno che queste città hanno dato all’Imperatore Federico II di Svevia. Di qui, la fuga degli abitanti di Dragonara e Fiorentino che trovano rifugio presso l’abitato di Terra Maggiore.

Oggi il Castello di Dragonara conserva ancora intatte le sue antiche mura, dove sulla facciata esterna è possibile scorgere dei rilievi che mettono in risalto questo prezioso scrigno medievale. Il Castello presenta quattro torri più una cilindrica distaccata dal resto della struttura, apparentemente senza porta d’ingresso. Qualcuno dice che si accedeva mediante una scala mobile, così come la leggenda narra che scavando è ancora possibile recuperare i camminamenti sotterranei che collegavano il centro agli altri abitati limitrofi. Inoltre, in questo sentiero di dissolvenza puoi immaginare di incontrare lo stesso Federico II impegnato in questi luoghi nella pratica della caccia. Ai piedi del Castello, invece, puoi ammirare il Bosco di Dragonara, che rappresenta quel che resta dell’antico bosco di pianura che caratterizzava tutta la valle del fiume Fortore. Un corridoio ecologico utilizzato dalla fauna selvatica, una macchia verde che ti consente di osservare più da vicino le numerose specie di uccelli che ospita, fra cui nibbio reale e nibbio bruno, gheppio e poiana.

Tra gli immaginari in dissolvenza che si congiungono al percorso che hai fin qui intrapreso, devi proseguire oltre il Colle d’Armi, tra la provinciale per Casalnuovo Monterotaro e la Lucera-Scuolgola. Cammini verso il meridione, fiancheggiando i casolari diroccati, scortato dai greggi di pecore che ti passano accanto lungo i sentieri, inerpicandoti in direzione dell’altura che conserva i resti di Castel Fiorentino e gli immaginari universali di Federico II. E’ in questo luogo animato da un vento mai domo che ha sede la storia e la poesia, che ebbe fine la vita terrena del “Puer Apuliae” Federico II di Svevia. Lo ricorda al tuo ingresso nel Castel Fiorentino la lapide in cui sono incise la data di nascita e di morte dell’Imperatore. 29/XII/1194 – Jesi. 13/XII/1250 Fiorentino. «In quel tempo morì Federico II, il più grande tra i principi della terra, stupore del mondo e meraviglioso innovatore». Aggirandoti fra i resti di questo luogo che conobbe la massima vitalità tra l’XI ed il XIII secolo, puoi riconoscere quel che la terra ha restituito dell’area urbana, della chiesa, della cattedrale e della domus. Immagini la vita che ha popolato ed animato Castel Fiorentino che domina il Tavoliere, che dall’alto sembra la tavolozza di un pittore in cui tiene adagiati i tuoi colori: verde, giallo, marrone e l’azzurro del cielo che tinteggia uno sfondo di poesia e di storia conservate dal tempo. Perché in questo luogo ha visto scorrere il tempo ed suoi protagonisti principali. Fiorentino, infatti, fu baluardo dei Bizantini nell’XII secolo, contea Normanna nel XII secolo, demanio degli Svevi nel XIII secolo ed infine feudo con gli Angioini. La posizione della cittadella, sulla collina detta dello Sterpatone, permette ancora oggi di dominare la pianura, mentre in passato serviva anche a difendere il territori da incursioni e razzie dei Longobardi e, in seguito, dei Normanni.