Visita Daunia rurale | Al lato del Fortore
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Al lato del Fortore

Settimo itinerario

Al lato del Fortore


Ti trovi al Castello di Dragonara.
Con lo sguardo domini l’omonimo bosco situato ai piedi delle mura di questa suggestiva “città di frontiera”. E’ da qui che parte il settimo itinerario, un cammino ispirato dall’acqua, che segue il corso del fiume Fortore e ne ripercorre l’intera vallata. Un percorso che si accosta al fiume, che lo segue, che si avvicina dove e come possibile al letto del corso d’acqua. Un percorso che ti parla di avventura, di cambiamenti improvvisi di strada. E’ l’etimo stesso del nome Fortore (“forte in un’ora”) a farti presagire che questo itinerario più degli altri è soggetto a una forte escursione estetica di tipo stagionale. Perché ti trovi a fiancheggiare un fiume a carattere torrentizio come tutti quelli che attraversano il Tavoliere. Ma in questo caso, il regime alternato è particolarmente acuto: prolungati periodi di magra a cui si associano brevi, ma intensi eventi di piena, soprattutto nel periodo autunnale e invernale. Eventi che fanno cambiare il volto al paesaggio, con terrazzamenti, argini e l’intera vallata che muta spesso l’estetica: dal giallo al verde, sino al bianco roccia. Quello che corre al tuo fianco, però, non è un fiume invisibile, intangibile. E’ il secondo fiume pugliese per lunghezza e portata dopo l’Ofanto. Lungo 86 km, nasce presso Montefalcone di Val Fortore in provincia di Benevento, a 720 metri di altezza. Attraversa la provincia di Campobasso e, dopo aver ricevuto le acque dal torrente Tona, entra in territorio pugliese fino a sfociare nel Mar Adriatico, tra il Lago di Lesina e Chieuti.

Il letto che lo corteggia e custodisce è carico di storie, di volti, di nomi. E di leggende. Come quella che bisbiglia che la Battaglia delle Canne si sia svolta in realtà nelle vicinanze del Fortore e non del fiume Ofanto. Una battaglia epocale, svoltasi durante la seconda guerra punica combattuta tra Romani e Cartaginesi, considerata da studiosi ed esperti un capolavoro dell’arte militare per la manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari. Una battaglia che in un solo giorno costò all’esercito capitolino l’annientamento di 14 legioni su 16, con la distruzione della sua cavalleria e di quella degli alleati. Secondo la storiografia ufficiale, dunque, la battaglia avvenne il 2 agosto del 216 a. C. all’interno del territorio attualmente delimitato dal triangolo Barletta-Canosa- San Ferdinando di Puglia, nella località attuale di Canne di Battaglia, nelle vicinanze del fiume Ofanto. Ma numerosi ricercatori storici e studiosi, sull’esame dei documenti storici e dei rilevamenti archeologici, hanno sviluppato la tesi che colloca lo scontro lungo le rive del fiume Fortore, alla confluenza con il torrente Tappino, ovvero nell’attuale invaso del lago Occhito, nei territori comunali di Gambatesa (provincia di Campobasso) e Celenza-Carlantino (provincia di Foggia).

Leggende, suggestioni, narrazioni orali. Quel che appare certo è che il fiume che stai fiancheggiando non ha lasciato indifferente neanche Strabone, geografo, cartografo e storico greco antico, che lo cita nella descrizione accurata che fa della Puglia, suddividendo la regione in quattro zone geografiche.
Dopo queste piccole digressioni che possono aiutarti a conoscere meglio il territorio che stai visitando, rientri sui tuoi passi. Lungo il tuo itinerario dell’acqua, al lato del Fortore. L’intera valle è dominata dal sistema collinare di Chieuti e Serracapriola, che si sviluppa sulla sinistra del fiume e che degrada dolcemente verso la costa. Le colline verso nord-ovest sono un segno permanente dell’itinerario e quindi un riferimento visivo ricco e costante. Il Fortore stesso invece è ricco di anse ed è caratterizzato da una forte biodiversità, tanto da essere individuato come la connessione ecologica prevalente, tra l’appennino e la costa. E lungo la valle ti è facile scorgere ed incontrare masserie e poderi, casolari diroccati e mura usurate dal tempo. Le incontri lungo il cammino incerto e fragile, quando giungi fino ai margini del fiume. E’ lì che il tuo sguardo incontra numerose masserie all’orizzonte, ancora in dissolvenza, come Masseria Reina Vecchia e Masseria Mezzana delle Ferole, e ancora oltre Masseria Fara della Sentinella.

L’itinerario che stai percorrendo attraversa presto il Fortore, subito dopo aver costeggiato la Taverna di Madonna del Ponte. Qui s’innesta con l’Ippovia del Bosco di Lauria, e l’itinerario diventa un intreccio narrativo di storia e archeologia. Immersa nel Parco Naturale Regionale del medio Fortore, il Bosco Naturale di Lauria è un percorso di 25 km, segnalato e percorribile a piedi, in bicicletta, a cavallo, che ti aiuta a percepire tutta la valle del Fortore.
Snodo e punto d’inizio, fra memoria e natura, è la Taverna di Madonna del Ponte, con i suoi strati di senso, culturale, storico, archeologico e naturalistico. La strategicità del luogo è antichissima, essenziale per il controllo delle vie di comunicazione, per il presidio del territorio e per lo sviluppo di attività economiche. Questa natura ha agevolato gli insediamenti umani sin dal Neolitico Antico (VII-VI millennio a.c.), oltre che nel periodo Romano di Teanum Apulum) e Bizantino di Civitate. Ed anche la transumanza ha lasciato in questo luogo importanti testimonianze, dovute alla presenza del Tratturo Regio l’Aquila-Foggia, una delle tre più importanti vie verdi che collegavano l’Abruzzo con la Capitanata.

La presenza navigabile del fiume Fortore, testimoniata e ricordata anche da Plinio, ha aiutato gli insediamenti umani, l’agricoltura e la pastorizia. E ha permesso lo sviluppo degli ecosistemi tipici delle zone fluviali. Lungo il Fortore, infatti, i bambini raccoglievano le radici della Maurizia, per masticarle durante il ritorno a casa. Facevano la scorta, per farsela durare l’intera settimana. Diventava una sorta di moneta di scambio per i giochi infantili. Non solo. Lungo il Fortore, i pastori in transumanza utilizzavano l’argilla per alleviare le piaghe del loro cammino. Quella dove ti trovi era luna loro tappa: c’era la Dogana. E se ti guardi intorno puoi ancora trovare un’iscrizione antica che segnala il prezzo del passaggio di ogni cosa.

Quando riprendi il tuo cammino, lasci sulla via tracce di storia e di civiltà perdute. Procedi nella parte bassa della valle del fiume per giungere all’Abbazia di Sant’Agata Martire. Sorge su antichi resti romani al margine nord-est del territorio serrano. A breve distanza da quell’area c’è il mare, e sembra quasi che ti sfiori, specialmente quando tira il vento, la brezza che si affaccia su quel lato del Fortore. I primi riferimenti storici dell’Abbazia sono datati 1328 e ne contestualizzano la nascita in relazione all’operato dei Cistercensi di Casanova. L’Abbazia è stata sotto il controllo dell’Abbazia di Tremiti per molti secoli. Per Tremiti, infatti, l’Abbazia di Sant’Agata aveva un ruolo strategico di grande importanza: era affacciata sul mare e in comunicazione visiva con le isole, vicina al Fortore, storicamente navigabile per piccole imbarcazioni, e dotata di un “non incomodo porto”. Un ruolo strategico, quindi, che garantiva un flusso continuo di viandanti, pellegrini, mercanti e faccendieri diretti alle isole Tremiti. Nell’area prevaleva l’allevamento ovino, seguito da quello di bufali, maiali, giumente. E la produzione in eccesso veniva concentrata alle Tremiti per poi essere commercializzata. Fu un periodi ricchezza, benessere, prosperità. L’Abbazia di Sant’Agata assunse un aspetto poderoso grazie alla cinta di robuste mura. Ma nell’agosto 1567 uno sciame di galee turche attraccò alla foce del Fortore. Le milizie ottomane raggiunsero il centro fortificato di Sant’Agata, saccheggiandola e dandola alle fiamme. All’attacco dei Turchi seguì un lungo periodo di oblio dell’Abbazia.

Passate le mura dell’Abbazia si giunge sulla costa. I mosaici agrari si fanno più complessi in corrispondenza delle aree bonificate e appaiono numerose aree umide, con una macchia mediterranea di alto valore naturalistico. Nel fitto canneto si riproducono Aironi rossi, Tarabusi, Tarabusini. Costruiscono i loro nidi il Cannareccione, il Basettino e l’Usignolo di fiume. Sulle lingue di fango ricoperte di salicornia può capitare di osservare il cavaliere d’Italia deporre le sue uova. Una decina di Falchi di palude e qualche Albanella reale svernano qui. Durante le migrazioni primaverili e autunnali, puoi alzare lo sguardo verso il cielo ed osservare il volo di Cicogne nere e bianche, gruppi di Fenicotteri, Gru, Spatole, mentre gli Aironi cenerini e le Garzette sono presenti tutto l’anno. Segno inconfondibile della vita che ancora anima questo luogo e che lo rende rifugio ideale in cui trovare quiete e riposo prima di riprendere il cammino verso altre mete.